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Apriamo questa nuova sessione di Ecoturismo Italia con una lettera a noi tanto cara che

 

 

Smarano/Trento 6-9 agosto 2005

 

…..in questi mesi si sono aperte altre crepe con gli attentati di Londra prima e di Sharm el Sheik dopo. Crepe nel modo di vedere e interpretare il mondo……

 

E allora cerco uno spazio di discontinuità e mi metto a leggere, come sempre, per cercare di capire, di trovare dei passaggi che mi permettano almeno di avere delle chiavi di interpretazione di quello che sta accadendo e di come posso essere aiutato a reagire, partendo dall’idea che i confini sono sempre stati uno stimolo alla scoperta, un obiettivo per andare oltre, non un vincolo, come tale inaccettabile e insopportabile.

 

Capire, attraverso parole ed esperienze altre, quali prospettive e quali strade si aprono, ma anche quali sono poco praticabili o non più sufficienti.

 

E metto in parallelo due testi, quello di Arjun Appadurai “Sicuri da morire: la violenza nell’epoca della globalizzazione” (ed. da Meltemi e uscito poche settimane fa) e “Il viaggiatore leggero”, che raccoglie gli scritti di Alex Langer dal 1961 al 1995 (edito da Sellerio, 2003).

Spero di saperli accostare con delicatezza e appropriatezza, perché ci sono dei passaggi realmente importanti che mi piace scrivervi per una riflessione da portare avanti insieme.

 

Parto da una scelta dall’altoatesino Alex Langer che mi sembra stupefacente e decisiva quando rinuncia a comunicare, all’interno di un censimento etnico, la sua appartenenza e perdendo con questo la possibilità di esercitare i diritti politici nel suo comune in cui era consigliere e la candidatura a sindaco di Bolzano.

Questo punto porta a una riflessione che ritrovo in Appadurai (la cui origine è chiaramente indiana) che cito testualmente “la violenza brutale degli anni ’90 è plasmata in profondità da fattori che rimandano a un tipo di modernità altamente specifica: il passaporto come criterio di identità nazionale, idee di maggioranza e minoranza basate sui censimenti; rappresentazioni mediatiche di noi e degli altri; costituzioni che sovrappongono cittadinanza ed eticità e, più recentemente, idee sulla democrazia e sul libero mercato che hanno prodotto in molte società nuove e violente battaglie per la libertà e i diritti.”

 

Sono state proposte diverse interpretazioni rispetto alle forme sociali e politiche di un mondo sempre più interconnesso nel quale viene evocata con forza l’immagine della “rete” come fattore di interconnessione di popoli, genti, esperienze e Appadurai fa un’importante distinzione tra sistemi vertebrati (interpretati dagli stati nazionali e anche dalla grandi aziende) e i sistemi cellulari che si sono fatti strada con il capitale “globale”, l’accelerazione dell’informatica, le transazioni finanziarie in tempo reale completamente de-localizzate.

Se, da un lato, gli Stati nazionali funzionano solamente all’interno di un sistema di norme internazionali, costituiscono altresì il laboratorio per nuove forme di cellularità, di deconnessione e di autonomia locale.

Allo stesso modo è proprio all’interno di questo paradigma di rottura tra “metafora vertebrata” e “metafora cellulare” che, sempre seguendo il filo logico proposto da Appadurai si possono comprendere le nuove reti terroristiche, connesse, coordinate ma indipendenti, senza strutture centrali (che invece vengono continuamente evocate, cercate, attaccate seguendo schemi probabilmente obsoleti), che però si avvalgono delle istituzioni tradizionali e dei settori più “grigi” della finanza e delle reti della comunicazione per portare avanti un disegno preciso e netto che l’autore definisce, in maniera quindi realmente spaventosa, in termini di “guerra come ordine”.

Paura e terrorismo hanno cancellato le divisioni tra spazio civile e spazio militare: le azioni delle reti e degli attori terroristici cercano di instillare la paura in tutti gli ambiti della vita civile, fino a prefigurare un mondo in cui i civili in quanto tali non esistano più. Non si tratta tanto di uno scenario di guerra totale come poteva essere quella di una grande potenza militare nei confronti di uno Stato, ma la guerra come pratica ordinaria, condotta per dimostrare che non esiste una quotidianità al di fuori del tempo e dello spazio della guerra.

A questo il terrorismo aggiunge l’elemento dell’imprevedibilità, che genera un’angoscia costante, perché il terrore produce i suoi effetti oscurando in maniera sistematica i confini tra gli spazi e i tempi della guerra e quelli della pace, facendo della violenza il principio regolatore centrale della vita quotidiana, trasformando l’emergenza in ordinaria amministrazione e mette così in crisi le nostre maggiori certezze (benché di recente conquista): che la pace sia la condizione naturale dell’ordine sociale e che lo Stato nazionale sia il garante naturale – oltre che il contenitore legittimo di quell’ordine.

 

La violenza che si sta generando, chiamata etnica e/o culturale è quindi la conseguenza di “un’incertezza identitaria dovuta alla condizione post-moderna, in cui le appartenenze sembrano molteplici, gestibili e flessibili. In queste condizioni, l’esercizio della violenza fisica sul corpo dell’altro assume una duplice valenza, cognitiva e morale, configurandosi da un lato come un atto “scientifico”di verifica del diverso, e dall’altro come un’azione politica di necessario ripristino delle differenze.  Le minoranze in un mondo che si globalizza sono un evocatore costante dell’incompletezza della purezza nazionale.”

 Appadurai ci dice che l’unico modo per fare i conti con la violenza di cui il mondo sembra preda è rifiutarne l’istanza purificatrice cercando di individuare nella sfera “culturale” uno degli snodi centrali della violenza odierna.

 

E noi stiamo spesso in mezzo, a volte attori, a volte spettatori, ma ognuno con una responsabilità di cui è giusto e importante riappropriarsi.

 

E ritorno così al passo di Alex Langer quando dice che “uno dei segni dei tempi di intrinseca ricchezza che assume oggi un significato centrale è il riconoscimento del valore essenziale della “cultura” come fattore imprescindibile per un’esistenza autenticamente umana. Nel passato spesso la cultura veniva considerata un lusso e vi sono luoghi dove questo passato ancora perdura. Vi erano e vi sono delle persone che vedono nella cultura la semplice conservazione di determinate tradizioni e che quindi ritengono di dover porre dei limiti al rinnovamento attraverso avvedute manovre di indirizzo. In tutti questi casi si pone la persona in funzione della cultura (invece che il contrario), oppure si abusa della cultura utilizzandola come arma contro la persona. A me pare che in realtà la cultura sia, al pari della maturità, un necessario completamento della personalità, senza il quale responsabilità individuale e democrazia non sarebbero nemmeno pensabili. Cultura è in ultima analisi capacità autonoma di valutare, comprensione del sé e del presente, senso delle cose e della storia, creatività umana, coraggio delle proprie idee e accettazione dei propri limiti. Se la cultura è un valore essenziale per l’umanità, allora a ciascuno dovrà essere data la possibilità di “fare cultura”e non di “essere riempito” di cultura……

 

 e aggiunge…

 

“la politica si è tinta di un nuovo significato ed entra a buon diritto a far parte dei segni del tempo: non può più essere considerata privilegio o ricco pascolo di pochi cui la maggioranza delega la propria partecipazione alla comunità quanto, giustamente, partecipazione e conoscenza delle questioni relative al bene pubblico. Chi si oppone alla politicizzazione desidera in realtà far perdurare uno stato di cose in cui si può discutere pubblicamente solo di calcio o di musica leggera, mentre le questioni essenziali sono lasciate alla contrattazione privata di pochi…… Chi sostiene di fare il proprio dovere senza interessarsi di politica manifesta una grande miopia….. e gli avvenimenti della vita pubblica e politica spesso sembrano non toccarci, come se stessimo su un’altra barca.. …

 

Lo scritto è del 1967, Alex Langer aveva 21 anni.

 

Stiamo tutti assistendo a ciò che accade nel mondo e pensiamo che sia realmente necessario riflettere sull’idea di limite come ipotesi di “auto-limitazione” intesa come rinuncia a tutto ciò che in qualche modo provoca conseguenze irreversibili generali.

Mi domando anche se esiste una consapevolezza e un senso di responsabilità di un futuro che non potrà essere uguale agli ultimi 50 anni………….

 

Paolo Grigolli